la prossima settimana compirò cinquant'anni.
un traguardo e un passaggio importante. e difficile. specie per una donna.
non posso neppure dire di non essere dove o come mi immaginavo perché da un certo momento in poi - e piuttosto presto - ho smesso di sognare il futuro e mi sono limitata a cercare di sopravvivere, di restare a galla.
o forse, semplicemente, il passato a cui avevo voltato le spalle, consegnandogli in pegno una parte di me, ha cominciato a richiamarmi inesorabilmente indietro.
mentre in apparenza, con cieca cocciutaggine, mi sforzavo di andare avanti.
e ora che quei conti sono stati saldati e alla fine sono libera di guardare un orizzonte nuovo, è come se fossi stranita, disorientata da quella libertà, da quell'integrità che pure ho inseguito per tutta la vita.
quasi una vertigine di fronte ad un precipizio.
ma è proprio qui che volevo essere.
di nuovo.
e questa volta intera.
e non sola...
http://www.youtube.com/watch?v=BOByH_iOn88
mercoledì, marzo 31, 2010
mercoledì, marzo 17, 2010
Vienna Felix e Finis Austriae
Palazzo Reale a Milano ospita dal 26 febbraio al 6 giugno, grazie alla collaborazione con il Leopold Museum di Vienna, la mostra dedicata a Egon Schiele e al suo tempo.
Forse meno conosciuto al grande pubblico del suo mentore Gustav Klimt o di un rivale espressionista come Oscar Kokoschka, Schiele incarna alla perfezione con la sua breve ed intensa parabola personale ed artistica lo spirito di un’epoca e di una cultura che hanno contribuito a modellare l’intero Novecento.
Si forma nella Vienna Felix degli anni a cavallo tra i due secoli, magnifica capitale di un impero austroungarico all’apogeo del suo splendore e che pure comincia a mostrare le prime incrinature.
Segnali disattesi di un declino ormai prossimo.
La stessa città raccontata con maestria e malinconia nei romanzi di Musil, Zweig, Roth e acremente dileggiata e messa alla berlina da Karl Kraus.
Il giovane Schiele partecipa con passione alla ribellione degli artisti della Secessione contro i dettami dell’accademia in nome di un’arte che vuole al tempo stesso essere espressione profondamente individuale ed assolvere ad una funzione sociale migliorando la qualità della vita umana.
Il motto che li contraddistingue è: “Per ogni tempo la sua arte / per ogni arte la sua libertà”.
Ma il suo percorso rimane sempre orgogliosamente personale. Se nelle prime opere è evidente l’influsso dello stile elegantemente decorativo di Klimt, assolutamente originale è il quasi impudico autobiografismo degli autoritratti.
Una sorta di diario degli stati d’animo che caratterizzerà tutta la sua produzione e che rivela l’altro grande influsso culturale sulla sua opera, quello della psicanalisi freudiana.
E se il suo cognome in tedesco richiama il guardare sottecchi, in tralice, quasi come una sfida Schiele decide di sperimentare la profondità della visione.
Nessuna dimensione della vita sfugge al suo occhio impietoso eppure non privo di compassione: dall’erotismo, dalla sensualità e dalla femminilità, esplorati con una disinibizione che arriverà a costargli il carcere, al misticismo, frutto dell’esperienza della detenzione, alla solitudine dei paesaggi di campagna ed urbani, alla rarefazione delle nature morte.
Sopravviverà alla I guerra mondiale per morire, insieme all’Impero che lo aveva visto nascere, nel 1918, a 28 anni, vittima, insieme alla moglie e al figlio non ancora nato, della micidiale epidemia di spagnola.
Ma con la consapevolezza espressa nelle ultime parole alla madre di aver creato qualcosa di destinato a restare: “La guerra è finita, e io devo andare. I miei quadri saranno esposti in tutti i musei del mondo”.
Forse meno conosciuto al grande pubblico del suo mentore Gustav Klimt o di un rivale espressionista come Oscar Kokoschka, Schiele incarna alla perfezione con la sua breve ed intensa parabola personale ed artistica lo spirito di un’epoca e di una cultura che hanno contribuito a modellare l’intero Novecento.
Si forma nella Vienna Felix degli anni a cavallo tra i due secoli, magnifica capitale di un impero austroungarico all’apogeo del suo splendore e che pure comincia a mostrare le prime incrinature.
Segnali disattesi di un declino ormai prossimo.
La stessa città raccontata con maestria e malinconia nei romanzi di Musil, Zweig, Roth e acremente dileggiata e messa alla berlina da Karl Kraus.
Il giovane Schiele partecipa con passione alla ribellione degli artisti della Secessione contro i dettami dell’accademia in nome di un’arte che vuole al tempo stesso essere espressione profondamente individuale ed assolvere ad una funzione sociale migliorando la qualità della vita umana.
Il motto che li contraddistingue è: “Per ogni tempo la sua arte / per ogni arte la sua libertà”.
Ma il suo percorso rimane sempre orgogliosamente personale. Se nelle prime opere è evidente l’influsso dello stile elegantemente decorativo di Klimt, assolutamente originale è il quasi impudico autobiografismo degli autoritratti.
Una sorta di diario degli stati d’animo che caratterizzerà tutta la sua produzione e che rivela l’altro grande influsso culturale sulla sua opera, quello della psicanalisi freudiana.
E se il suo cognome in tedesco richiama il guardare sottecchi, in tralice, quasi come una sfida Schiele decide di sperimentare la profondità della visione.
Nessuna dimensione della vita sfugge al suo occhio impietoso eppure non privo di compassione: dall’erotismo, dalla sensualità e dalla femminilità, esplorati con una disinibizione che arriverà a costargli il carcere, al misticismo, frutto dell’esperienza della detenzione, alla solitudine dei paesaggi di campagna ed urbani, alla rarefazione delle nature morte.
Sopravviverà alla I guerra mondiale per morire, insieme all’Impero che lo aveva visto nascere, nel 1918, a 28 anni, vittima, insieme alla moglie e al figlio non ancora nato, della micidiale epidemia di spagnola.
Ma con la consapevolezza espressa nelle ultime parole alla madre di aver creato qualcosa di destinato a restare: “La guerra è finita, e io devo andare. I miei quadri saranno esposti in tutti i musei del mondo”.
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domenica, febbraio 21, 2010
quel che non puoi chiedere all'amore...
"how bout me not blaming you for everything
how bout me enjoying the moment for once
how bout how good it feels to finally forgive you
how bout grieving it all one at a time"
giusto poco prima di San Valentino, grazie a qualcuno che me l'aveva rammentata per caso, ho ascoltato di nuovo questa canzone dopo parecchio tempo.
e mi sono ricordata all'improvviso che quel cd era stato il mio primo regalo di Natale all'uomo che ho amato di più nella mia vita, in un momento in cui pensavo che la nostra storia, appena cominciata, fosse già finita.
in realtà ho vissuto altri 5 anni come un funambolo sulla corda.
sempre appesa a quella dannata paura di perderlo che non mi ha permesso neppure di godere fino in fondo delle cose belle che abbiamo vissuto insieme.
quella notte, o meglio quella mattina, prestissimo, mi sono svegliata e mi sono resa conto di sentirmi libera.
perché anch'io l'ho finalmente perdonato.
non perché quello che è accaduto fra di noi sia meno grave o faccia meno male.
ma vedo, con una chiarezza di cui non ero capace prima, me in quella storia e quello che gli stavo chiedendo.
che lui e quell'amore mi risarcissero di tutto quello che la vita mi aveva tolto fino a quel momento.
nessun uomo e nessun amore reggono un'aspettativa in realtà infinita.
per molto tempo ho pensato che non avrei mai più amato nessuno così e mi sembrava terribile.
oggi mi sembra una cosa incredibilmente sana.
ed io che sono sempre stata romantica, passionale, istintiva, impulsiva mi ritrovo a pensare che nessun amore, neanche il più grande, può sopravvivere e mettere radici senza la quieta, apparente modestia del voler bene.
how bout me enjoying the moment for once
how bout how good it feels to finally forgive you
how bout grieving it all one at a time"
giusto poco prima di San Valentino, grazie a qualcuno che me l'aveva rammentata per caso, ho ascoltato di nuovo questa canzone dopo parecchio tempo.
e mi sono ricordata all'improvviso che quel cd era stato il mio primo regalo di Natale all'uomo che ho amato di più nella mia vita, in un momento in cui pensavo che la nostra storia, appena cominciata, fosse già finita.
in realtà ho vissuto altri 5 anni come un funambolo sulla corda.
sempre appesa a quella dannata paura di perderlo che non mi ha permesso neppure di godere fino in fondo delle cose belle che abbiamo vissuto insieme.
quella notte, o meglio quella mattina, prestissimo, mi sono svegliata e mi sono resa conto di sentirmi libera.
perché anch'io l'ho finalmente perdonato.
non perché quello che è accaduto fra di noi sia meno grave o faccia meno male.
ma vedo, con una chiarezza di cui non ero capace prima, me in quella storia e quello che gli stavo chiedendo.
che lui e quell'amore mi risarcissero di tutto quello che la vita mi aveva tolto fino a quel momento.
nessun uomo e nessun amore reggono un'aspettativa in realtà infinita.
per molto tempo ho pensato che non avrei mai più amato nessuno così e mi sembrava terribile.
oggi mi sembra una cosa incredibilmente sana.
ed io che sono sempre stata romantica, passionale, istintiva, impulsiva mi ritrovo a pensare che nessun amore, neanche il più grande, può sopravvivere e mettere radici senza la quieta, apparente modestia del voler bene.
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ogni fine è un inizio
ci sono momenti in cui si va avanti, anche alla cieca, per pura ostinazione.
per dimostrare qualcosa a se stessi più che per autentica necessità.
quando si dovrebbe invece trovare il coraggio per fermarsi.
tornare indietro.
e ricominciare.
anche resistere ad ogni costo può essere, oltre che autolesionistico, una semplice questione di orgoglio.
a volte bisogna semplicemente arrendersi.
toccare il fondo.
per risalire di nuovo...
e respirare a pieni polmoni.
per dimostrare qualcosa a se stessi più che per autentica necessità.
quando si dovrebbe invece trovare il coraggio per fermarsi.
tornare indietro.
e ricominciare.
anche resistere ad ogni costo può essere, oltre che autolesionistico, una semplice questione di orgoglio.
a volte bisogna semplicemente arrendersi.
toccare il fondo.
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lunedì, gennaio 25, 2010
il valore della memoria
…..quando avvertiva che la sventura stava per abbattersi sul suo popolo, il Baal Shem Tov usava ritirarsi in raccoglimento in un dato punto del bosco. ivi giunto, accendeva un fuoco e recitava al cielo una preghiera e il miracolo si compiva, e la sventura era scongiurata.
gli anni passarono e toccò al suo discepolo, il Maghid di Mesritch, intervenire per scongiurare le sventure che via via, minacciose si profilavano.
in quei momenti, il Maghid si recava nel bosco e diceva: “Signore del Cielo, prestami ascolto. come vada acceso il fuoco non lo so, nessuno me lo ha insegnato oppure l’ho dimenticato. però la preghiera sono ancora capace di recitarla, e credo che basterà”.
e il miracolo si compiva.
gli anni passarono, nubi cariche di sventura si addensavano. dal suo ritiro nascosto nel bosco Rabbi Moshe Loeb di Sesow diceva: “non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera: perché nessuno mi ha insegnato il modo e le parole, oppure perché io stesso le ho dimenticate. però il luogo so come trovarlo e forse basterà”.
e ancora il miracolo si compiva.
poi toccò a Rabbi Israel di Rizin scongiurare le minacce che incombevano sul suo popolo.
seduto su un pancaccio, si prese il capo fra le mani e mormorò: “non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera, non so più trovare quel punto nel bosco. niente di tutto questo so, nessuno me l’ ha insegnato oppure l’ha dimenticato. tutto quel che so fare, è tener viva la memoria di questa storia: basterà?”
(dalla tradizione orale dei Hassidim)
gli anni passarono e toccò al suo discepolo, il Maghid di Mesritch, intervenire per scongiurare le sventure che via via, minacciose si profilavano.
in quei momenti, il Maghid si recava nel bosco e diceva: “Signore del Cielo, prestami ascolto. come vada acceso il fuoco non lo so, nessuno me lo ha insegnato oppure l’ho dimenticato. però la preghiera sono ancora capace di recitarla, e credo che basterà”.
e il miracolo si compiva.
gli anni passarono, nubi cariche di sventura si addensavano. dal suo ritiro nascosto nel bosco Rabbi Moshe Loeb di Sesow diceva: “non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera: perché nessuno mi ha insegnato il modo e le parole, oppure perché io stesso le ho dimenticate. però il luogo so come trovarlo e forse basterà”.
e ancora il miracolo si compiva.
poi toccò a Rabbi Israel di Rizin scongiurare le minacce che incombevano sul suo popolo.
seduto su un pancaccio, si prese il capo fra le mani e mormorò: “non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera, non so più trovare quel punto nel bosco. niente di tutto questo so, nessuno me l’ ha insegnato oppure l’ha dimenticato. tutto quel che so fare, è tener viva la memoria di questa storia: basterà?”
(dalla tradizione orale dei Hassidim)
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mercoledì, gennaio 06, 2010
1985, a night in the fall...
...... on a train from London to the continent
The compartment door was shut noisily. I opened my eyes and saw him. He whispered “Sorry”, surprisingly with a gentle smile. I replied coldly only nodding, then I turned my back on him and started looking through the window. Only darkness outside.
I had been nervous since before the train left the station and didn’t want to talk to anyone. Certainly not to him.
Handsome? Even too attractive for my measured taste, with a light suspicion of affectation in his appearance: dyed blond hair, long, polished hands and a good imitation of an Italian style suit.
On the contrary there was no artificiality in his friendly, direct smile.
Paolo had never smiled at me that way. Even when we had met in high school.
Now he smiled with dignity and satisfaction as clever, successful young men are expected to do.
It didn’t matter until I believed I loved him. But did I still love him?
So why, when I had left for England, had I thought of that holiday with uneasiness as “my last summer of freedom”?
I should have been in seventh heaven. I was going to take my degree and get married. That was the future I had dreamt of for such a long time.
Why did I begin thinking it could be perfect, not happy?
Steve helped me to understand.
Finally we began talking. I was fed up with all my doubts and my Walkman didn’t work at all. But music was not for him a mere ruse to start a conversation with an unknown girl.
He played the guitar in a rock band still searching for success and explained his projects and dreams with an infectious enthusiasm.
He came from a working class family and I could guess he had not had an easy life, but seemed not to feel regrets nor complain. He was speaking of himself so naturally and frankly that I was slowly driven to give up my usual, formal, controlled attitude.
I answered his questions without fear or shyness, for the first time talking of my privileged life with detachment, even irony and while talking I discovered I was looking at it as a luxurious, glittering box with nothing inside.
A cage in which I had been living safely believing to be happy.
But I didn’t feel sad or angry or deceived. Only relieved and thankful.
I don’t know how much time we spent together, but I can’t forget the feeling between us.
We didn’t realize that time had passed until the train stopped.
Suddenly we were silent and shy. The train for Geneva was leaving in a few minutes and he had to join the band in Munich.
The last things I remember are a brief, soft touch of his lips and a pair of dark grey eyes looking at mine through the window.
We’ve never met again.
However my life is different from how it should have been.
I didn’t marry Paolo.
It was not easy to tell him and he didn’t understand nor forgive.
I’m alone, but not lonely.
I work hard and enjoy my job.
I’ve some new friends.
Above all I’m no longer scared of the future.
Simply I live and hope.
Somebody is coming.
The compartment door was shut noisily. I opened my eyes and saw him. He whispered “Sorry”, surprisingly with a gentle smile. I replied coldly only nodding, then I turned my back on him and started looking through the window. Only darkness outside.
I had been nervous since before the train left the station and didn’t want to talk to anyone. Certainly not to him.
Handsome? Even too attractive for my measured taste, with a light suspicion of affectation in his appearance: dyed blond hair, long, polished hands and a good imitation of an Italian style suit.
On the contrary there was no artificiality in his friendly, direct smile.
Paolo had never smiled at me that way. Even when we had met in high school.
Now he smiled with dignity and satisfaction as clever, successful young men are expected to do.
It didn’t matter until I believed I loved him. But did I still love him?
So why, when I had left for England, had I thought of that holiday with uneasiness as “my last summer of freedom”?
I should have been in seventh heaven. I was going to take my degree and get married. That was the future I had dreamt of for such a long time.
Why did I begin thinking it could be perfect, not happy?
Steve helped me to understand.
Finally we began talking. I was fed up with all my doubts and my Walkman didn’t work at all. But music was not for him a mere ruse to start a conversation with an unknown girl.
He played the guitar in a rock band still searching for success and explained his projects and dreams with an infectious enthusiasm.
He came from a working class family and I could guess he had not had an easy life, but seemed not to feel regrets nor complain. He was speaking of himself so naturally and frankly that I was slowly driven to give up my usual, formal, controlled attitude.
I answered his questions without fear or shyness, for the first time talking of my privileged life with detachment, even irony and while talking I discovered I was looking at it as a luxurious, glittering box with nothing inside.
A cage in which I had been living safely believing to be happy.
But I didn’t feel sad or angry or deceived. Only relieved and thankful.
I don’t know how much time we spent together, but I can’t forget the feeling between us.
We didn’t realize that time had passed until the train stopped.
Suddenly we were silent and shy. The train for Geneva was leaving in a few minutes and he had to join the band in Munich.
The last things I remember are a brief, soft touch of his lips and a pair of dark grey eyes looking at mine through the window.
We’ve never met again.
However my life is different from how it should have been.
I didn’t marry Paolo.
It was not easy to tell him and he didn’t understand nor forgive.
I’m alone, but not lonely.
I work hard and enjoy my job.
I’ve some new friends.
Above all I’m no longer scared of the future.
Simply I live and hope.
Somebody is coming.
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domenica, dicembre 13, 2009
amore, matchpoint e resa
Questo è un post lungo. E pieno di verità scomode. Non lamentatevi di nessuno dei due aspetti.......
a me viene da dire finalmente!
non mi sono mai lamentata della sincerità nelle relazioni.
solo delle bugie nelle loro varie declinazioni. dalla presunta diplomazia all’opportunismo puro e semplice.
o peggio l’ipocrisia come garanzia del quieto vivere.
(che sappiamo comunque non essere tra i tuoi difetti).
sarò sincera anch’io. e sarà lunga anche la mia risposta.
confido che non ti lamenterai ;)
non so se le tue percentuali mutuate da Pareto aderiscano alla realtà, ma mi sento di aggiungere che il 20/80% di ciascuna di noi non coincidono mai.
immagino anche quelli degli uomini……
questo spiega perché in genere troviamo improponibili, insopportabili, etc etc. (e non solo o semplicemente per invidia) gli uomini delle nostre amiche.
davvero non vi capita mai con le donne dei vostri amici?
ovviamente non quelle che a prima vista giudicate sveglie, intellettuali, riflessive, introspettive, sensibili, un tantino esibizioniste. ed esigenti.
e che probabilmente lo sono davvero. ma ognuna in maniera diversa.
la tua, la vostra constatazione è solo l’inizio dell’esplorazione.
come Colombo credete di essere approdati nelle Indie e invece avete appena scoperto le Americhe.
se persevererete nell’errore, a colonizzare il nuovo territorio saranno altri, ammesso che ce ne siano, disposti ad andare più in là della spiaggia che hanno intravisto o appena calpestato…..
mi fa piacere che ci siano uomini che non negano il loro lato femminile.
ma se lo chiamassimo semplicemente Anima? o è ancora troppo anche per i maschi più evoluti?
(e questo è ovviamente il mio Animus forte ed esigente che parla ;))
queste donne così’ desiderabili sanno davvero che cosa vogliono?
in realtà direi che sono (siamo?) convinte di sapere esattamente ciò che desiderano e di cui hanno bisogno.
ma questo lo credono anche gli uomini ( e sono di solito meno disposti a metterlo in discussione).
l’esperienza mi dice invece che l’innamoramento non è mai così intenso e profondo come quando sconvolge abitudini collaudate, mette in discussione equilibri consolidati, mina alle basi convinzioni granitiche.
poi arriva il fatidico date.
e qui comincia la diversa percezione delle esperienze.
non so se è vero per le altre, ma lo è sicuramente per me.
non ho mai considerato un primo appuntamento un colloquio di selezione sentimentale.
non è per caso che siete voi a viverlo così al di là delle nostre intenzioni o pretese?
che si crei un perverso gioco di specchi tra attese e aspettative reciproche.
una trappola che scatta con un’ efficacia letale in diretto rapporto con le emozioni in gioco?
di fronte alla quale l’unica difesa finisce per essere il ricorso alla maschera sociale, a quello che fai e che mostri di solito agli altri invece che a quello che sei?
(posso permettermi di aggiungere che l’elenco delle qualità della tua donna ideale che potremmo compilare sulla base dei tuoi post di questi anni non è meno proibitivo dell’elenco dei requisiti delle tue prospect?
e no, non li consideriamo stupidi gli uomini appartenenti all’ipotetico 20%. se fosse così come potremmo ritenerli interessanti ;?))
riguardo alla categoria 1, alle fidanzate, sposate da sempre, ti risulta anche che siano tutte così totalmente, assolutamente felici?
o sono escluse perché sei irreprensibilmente virtuoso e il date di cui parli vuole essere esclusivamente il prologo ad una relazione non clandestina ;)?
nella categoria 2, separate/divorziate, sottoinsieme senza figli, forse le cose sono più semplici. se hanno archiviato definitivamente l’idea di averne. non se in sottofondo si sente il ticchettio inesorabile dell’orologio biologico. ho visto fare scelte improponibili, se non aberranti sotto la sua nefasta influenza.
quanto a quelle che i figli li hanno, non appartenendo alla categoria, non posso che limitarmi a quello che sento dire in giro ed ho la netta impressione che siano alla ricerca di rassicurazione profonda più che di promesse di prestazioni mirabolanti in ogni campo.
dopo una separazione o un divorzio, specie se doloroso, difficile, volente o nolente hai imparato a fare i conti con la distanza che corre tra le aspettative (o le illusioni) tue e altrui e la realtà.
poi ci sono le reduci da una storia, anzi dalla Storia, finita male. quelle con un ex che incombe come lo spettro di Banco.
e qui ok. colpita e affondata.
questa (a parte il vezzo di fare il conta numeri su Google che non coltivo) sono, anzi ero io.
ho fatto parte della categoria a lungo (troppo a lungo).
non mi sono risparmiata neppure il sequel.
che come tutti i sequel è risultato decisamente inferiore all’originale.
ma, contrariamente a quello che accade con i film, anche misericordiosamente più breve.
qui ti/vi do ragione. non è una partita, è una scommessa.
perché l’esito in definitiva dipende dal fatto che lei sia pronta a lasciare andare tutto quello a cui si è aggrappata tenacemente e contro ogni logica, a volte per anni.
e che lo sia proprio in quel momento, quel giorno o quella sera.
e se anche lo è e voi le darete il la per uscire fuori dal cerchio, le ci vorrà comunque del tempo per realizzarlo appieno.
e vedervi davvero, non solo guardarvi dicendo a se stessa “forse…”.
tocca a voi decidere se vale il rischio e l’attesa….
superata la fase 2, iperboli ed esagerazioni a parte - basta molto meno di quello che tu elenchi puntigliosamente per essere considerate nel novero - direi che ora potrei rientrare, o meglio immagino di essere considerata, nella categoria 3, sottospecie donna sul piedistallo.
in realtà non posso dire di non essere stata giudiziosamente avvertita fin dall’adolescenza da tutte le donne di famiglia sui rischi di un certo mio modo di essere, in particolare sulle sue conseguenze nefaste sulla mia vita sentimentale.
ma a lungo ho considerato queste perle di saggezza frutto di una mentalità sorpassata.
finché la fatidica parola piedistallo (pericolosamente accostata all’immagine di Minerva) l’ha pronunciata il mio più caro amico, uno che conosco praticamente dalla culla.
e il fatto che si riferisse a me liceale non è riuscito ad attenuare il colpo della rivelazione.
che io l’avessi sempre percepita e vissuta in un altro modo da quel momento in poi non ha contato più.
ma le diagnosi, anche le autodiagnosi, per quanto precise anticipano semplicemente la cura e non ne condizionano più di tanto i tempi. e soprattutto i modi, quasi mai indolori.
ti chiedi perché ad incantarci così spesso siano uomini che in fondo sfruttano la nostra forza e finiscono per farci tradire quelli che apparentemente sono i nostri principi più saldi?
perché questi uomini istintivamente percepiscono quello che non ammetteremmo mai spontaneamente.
quanto siamo stanche in realtà di essere forti, competenti, determinate.
sempre e comunque.
per noi stesse e spesso anche per gli altri.
ci permettono, anche a dispetto e discapito di noi stesse, di essere dipendenti.
di affidarci finalmente, seppure in modo perverso, a qualcuno.
non è quello che desideriamo nel profondo quando ci lasciamo andare a sognare, ma all’inizio è la cosa più vicina che pensiamo di poterci permettere.
finché non ci rendiamo conto della trappola in cui siamo cadute.
mendicare come una concessione altrui qualcosa di cui dovremmo rivendicare il diritto in prima persona.
o finché un uomo diverso, non monosillabico, non emotivamente reticente, non avrà la voglia e il coraggio di andare più in là della facciata della dichiarata sicurezza e autonomia almeno quanto noi ne abbiamo di rinunciare alla competizione e al controllo.
nonostante tutta questa forza, reale e/o presunta. abbiamo paura di comunicare? ci aggrappiamo ai segnali per non sentire le parole?
davvero credi che la comunicazione si esaurisca nelle parole?
parliamo continuamente con il corpo, con i gesti, con il tono della voce.
spesso esprimiamo a livello non verbale qualcosa di cui noi stessi non siamo ancora neppure consapevoli.
si può discutere sull’enfasi che noi donne diamo a tutto questo.
non tanto direi rispetto alle parole – non ne abbiamo paura, semplicemente abbiamo imparato a diffidarne. per questo cerchiamo conferme altrove - quanto ai fatti concreti.
ma è davvero più discutibile della vostra indifferenza o sottovalutazione di questi presunti dettagli?
e poi c’è lo sguardo. quello sguardo che ti fa il giro dentro.
che dice “se voglio posso farlo, ma lo vuoi davvero?”
e mi fa venire in mente le intimidazioni di un Charles Barkley o di un Dennis Rodman nei confronti degli avversari.
un modo per svelare le debolezze dell’avversario e non lasciare spazio alle proprie.
perché vedi qui siamo ancora alla sfida, alla prova di forza.
“la miglior difesa è l’attacco” sostiene qualcuno.
mi verrebbe spontaneo chiedere “se non di loro e di comunicare, di che cosa hai paura tu?”.
che ricambino lo sguardo e ti scrutino allo stesso modo ? di rimanere intrappolato nella loro anima?
perché solo gli incoscienti, non i coraggiosi, non hanno paura di nulla.
ma un date, e poi in prospettiva una storia, in definitiva non è una partita Pistons vs. Bulls e neanche un match di tennis.
non dovrebbe esserlo almeno. se non, e con un minimo di ironia, nella fase preliminare.
il gioco vero comincia fuori dal campo.
quando non importa più chi vince o chi perde.
certo non con lui (o lei) se ti prende davvero dentro.
quando cedere o rinunciare a qualcosa non è più un punto d’onore, una questione di vita o di morte.
anche se ho la netta impressione che molte di noi si crogiolino nella stessa vostra presunzione (nel senso etimologico del termine): “gli uomini non sanno che noi donne sappiamo. e che sappiamo che loro non sanno".
rischiando che la somma algebrica di ciò che sappiamo e non sappiamo ci riporti entrambi inesorabilmente a zero.
forse dovremmo semplicemente avere il coraggio di ammettere che sulla base delle esperienze passate nostre e altrui, ci sforziamo di tracciare mappe e fare previsioni per ottimizzare il risultato finale e minimizzare le perdite.
ma l’amore non è un’operazione di marketing.
men che meno “l’amore che strappa i capelli”.
quello che ti sorprende all’improvviso e ti mozza il respiro. e poi mette radici nella tua vita, butta foglie e frutti.
è un cigno nero invece.
un evento imprevedibile e non riducibile a nessuno schema conosciuto.
di fronte a cui, sostiene qualcuno che proprio tu ci hai fatto conoscere, l’unica cosa di cui possiamo essere certi è che:
“non sappiamo quello che non sappiamo”.
non si tratta neanche di fare i conti con lo scarto prevedibile tra la mappa e il viaggio, ma di tracciare i percorsi e i confini mentre esploriamo un territorio ancora sconosciuto, l’altro e noi….
a patto che il coraggio e la perseveranza abbiano la meglio sulla prudenza o sul puro spirito di conservazione.
perché se dovessimo arrenderci a questi ultimi non avremmo più alibi, non potremmo più accusare la vita infame o il destino cinico e baro e finiremmo per nutrirci solo di rimpianti…….
a me viene da dire finalmente!
non mi sono mai lamentata della sincerità nelle relazioni.
solo delle bugie nelle loro varie declinazioni. dalla presunta diplomazia all’opportunismo puro e semplice.
o peggio l’ipocrisia come garanzia del quieto vivere.
(che sappiamo comunque non essere tra i tuoi difetti).
sarò sincera anch’io. e sarà lunga anche la mia risposta.
confido che non ti lamenterai ;)
non so se le tue percentuali mutuate da Pareto aderiscano alla realtà, ma mi sento di aggiungere che il 20/80% di ciascuna di noi non coincidono mai.
immagino anche quelli degli uomini……
questo spiega perché in genere troviamo improponibili, insopportabili, etc etc. (e non solo o semplicemente per invidia) gli uomini delle nostre amiche.
davvero non vi capita mai con le donne dei vostri amici?
ovviamente non quelle che a prima vista giudicate sveglie, intellettuali, riflessive, introspettive, sensibili, un tantino esibizioniste. ed esigenti.
e che probabilmente lo sono davvero. ma ognuna in maniera diversa.
la tua, la vostra constatazione è solo l’inizio dell’esplorazione.
come Colombo credete di essere approdati nelle Indie e invece avete appena scoperto le Americhe.
se persevererete nell’errore, a colonizzare il nuovo territorio saranno altri, ammesso che ce ne siano, disposti ad andare più in là della spiaggia che hanno intravisto o appena calpestato…..
mi fa piacere che ci siano uomini che non negano il loro lato femminile.
ma se lo chiamassimo semplicemente Anima? o è ancora troppo anche per i maschi più evoluti?
(e questo è ovviamente il mio Animus forte ed esigente che parla ;))
queste donne così’ desiderabili sanno davvero che cosa vogliono?
in realtà direi che sono (siamo?) convinte di sapere esattamente ciò che desiderano e di cui hanno bisogno.
ma questo lo credono anche gli uomini ( e sono di solito meno disposti a metterlo in discussione).
l’esperienza mi dice invece che l’innamoramento non è mai così intenso e profondo come quando sconvolge abitudini collaudate, mette in discussione equilibri consolidati, mina alle basi convinzioni granitiche.
poi arriva il fatidico date.
e qui comincia la diversa percezione delle esperienze.
non so se è vero per le altre, ma lo è sicuramente per me.
non ho mai considerato un primo appuntamento un colloquio di selezione sentimentale.
non è per caso che siete voi a viverlo così al di là delle nostre intenzioni o pretese?
che si crei un perverso gioco di specchi tra attese e aspettative reciproche.
una trappola che scatta con un’ efficacia letale in diretto rapporto con le emozioni in gioco?
di fronte alla quale l’unica difesa finisce per essere il ricorso alla maschera sociale, a quello che fai e che mostri di solito agli altri invece che a quello che sei?
(posso permettermi di aggiungere che l’elenco delle qualità della tua donna ideale che potremmo compilare sulla base dei tuoi post di questi anni non è meno proibitivo dell’elenco dei requisiti delle tue prospect?
e no, non li consideriamo stupidi gli uomini appartenenti all’ipotetico 20%. se fosse così come potremmo ritenerli interessanti ;?))
riguardo alla categoria 1, alle fidanzate, sposate da sempre, ti risulta anche che siano tutte così totalmente, assolutamente felici?
o sono escluse perché sei irreprensibilmente virtuoso e il date di cui parli vuole essere esclusivamente il prologo ad una relazione non clandestina ;)?
nella categoria 2, separate/divorziate, sottoinsieme senza figli, forse le cose sono più semplici. se hanno archiviato definitivamente l’idea di averne. non se in sottofondo si sente il ticchettio inesorabile dell’orologio biologico. ho visto fare scelte improponibili, se non aberranti sotto la sua nefasta influenza.
quanto a quelle che i figli li hanno, non appartenendo alla categoria, non posso che limitarmi a quello che sento dire in giro ed ho la netta impressione che siano alla ricerca di rassicurazione profonda più che di promesse di prestazioni mirabolanti in ogni campo.
dopo una separazione o un divorzio, specie se doloroso, difficile, volente o nolente hai imparato a fare i conti con la distanza che corre tra le aspettative (o le illusioni) tue e altrui e la realtà.
poi ci sono le reduci da una storia, anzi dalla Storia, finita male. quelle con un ex che incombe come lo spettro di Banco.
e qui ok. colpita e affondata.
questa (a parte il vezzo di fare il conta numeri su Google che non coltivo) sono, anzi ero io.
ho fatto parte della categoria a lungo (troppo a lungo).
non mi sono risparmiata neppure il sequel.
che come tutti i sequel è risultato decisamente inferiore all’originale.
ma, contrariamente a quello che accade con i film, anche misericordiosamente più breve.
qui ti/vi do ragione. non è una partita, è una scommessa.
perché l’esito in definitiva dipende dal fatto che lei sia pronta a lasciare andare tutto quello a cui si è aggrappata tenacemente e contro ogni logica, a volte per anni.
e che lo sia proprio in quel momento, quel giorno o quella sera.
e se anche lo è e voi le darete il la per uscire fuori dal cerchio, le ci vorrà comunque del tempo per realizzarlo appieno.
e vedervi davvero, non solo guardarvi dicendo a se stessa “forse…”.
tocca a voi decidere se vale il rischio e l’attesa….
superata la fase 2, iperboli ed esagerazioni a parte - basta molto meno di quello che tu elenchi puntigliosamente per essere considerate nel novero - direi che ora potrei rientrare, o meglio immagino di essere considerata, nella categoria 3, sottospecie donna sul piedistallo.
in realtà non posso dire di non essere stata giudiziosamente avvertita fin dall’adolescenza da tutte le donne di famiglia sui rischi di un certo mio modo di essere, in particolare sulle sue conseguenze nefaste sulla mia vita sentimentale.
ma a lungo ho considerato queste perle di saggezza frutto di una mentalità sorpassata.
finché la fatidica parola piedistallo (pericolosamente accostata all’immagine di Minerva) l’ha pronunciata il mio più caro amico, uno che conosco praticamente dalla culla.
e il fatto che si riferisse a me liceale non è riuscito ad attenuare il colpo della rivelazione.
che io l’avessi sempre percepita e vissuta in un altro modo da quel momento in poi non ha contato più.
ma le diagnosi, anche le autodiagnosi, per quanto precise anticipano semplicemente la cura e non ne condizionano più di tanto i tempi. e soprattutto i modi, quasi mai indolori.
ti chiedi perché ad incantarci così spesso siano uomini che in fondo sfruttano la nostra forza e finiscono per farci tradire quelli che apparentemente sono i nostri principi più saldi?
perché questi uomini istintivamente percepiscono quello che non ammetteremmo mai spontaneamente.
quanto siamo stanche in realtà di essere forti, competenti, determinate.
sempre e comunque.
per noi stesse e spesso anche per gli altri.
ci permettono, anche a dispetto e discapito di noi stesse, di essere dipendenti.
di affidarci finalmente, seppure in modo perverso, a qualcuno.
non è quello che desideriamo nel profondo quando ci lasciamo andare a sognare, ma all’inizio è la cosa più vicina che pensiamo di poterci permettere.
finché non ci rendiamo conto della trappola in cui siamo cadute.
mendicare come una concessione altrui qualcosa di cui dovremmo rivendicare il diritto in prima persona.
o finché un uomo diverso, non monosillabico, non emotivamente reticente, non avrà la voglia e il coraggio di andare più in là della facciata della dichiarata sicurezza e autonomia almeno quanto noi ne abbiamo di rinunciare alla competizione e al controllo.
nonostante tutta questa forza, reale e/o presunta. abbiamo paura di comunicare? ci aggrappiamo ai segnali per non sentire le parole?
davvero credi che la comunicazione si esaurisca nelle parole?
parliamo continuamente con il corpo, con i gesti, con il tono della voce.
spesso esprimiamo a livello non verbale qualcosa di cui noi stessi non siamo ancora neppure consapevoli.
si può discutere sull’enfasi che noi donne diamo a tutto questo.
non tanto direi rispetto alle parole – non ne abbiamo paura, semplicemente abbiamo imparato a diffidarne. per questo cerchiamo conferme altrove - quanto ai fatti concreti.
ma è davvero più discutibile della vostra indifferenza o sottovalutazione di questi presunti dettagli?
e poi c’è lo sguardo. quello sguardo che ti fa il giro dentro.
che dice “se voglio posso farlo, ma lo vuoi davvero?”
e mi fa venire in mente le intimidazioni di un Charles Barkley o di un Dennis Rodman nei confronti degli avversari.
un modo per svelare le debolezze dell’avversario e non lasciare spazio alle proprie.
perché vedi qui siamo ancora alla sfida, alla prova di forza.
“la miglior difesa è l’attacco” sostiene qualcuno.
mi verrebbe spontaneo chiedere “se non di loro e di comunicare, di che cosa hai paura tu?”.
che ricambino lo sguardo e ti scrutino allo stesso modo ? di rimanere intrappolato nella loro anima?
perché solo gli incoscienti, non i coraggiosi, non hanno paura di nulla.
ma un date, e poi in prospettiva una storia, in definitiva non è una partita Pistons vs. Bulls e neanche un match di tennis.
non dovrebbe esserlo almeno. se non, e con un minimo di ironia, nella fase preliminare.
il gioco vero comincia fuori dal campo.
quando non importa più chi vince o chi perde.
certo non con lui (o lei) se ti prende davvero dentro.
quando cedere o rinunciare a qualcosa non è più un punto d’onore, una questione di vita o di morte.
anche se ho la netta impressione che molte di noi si crogiolino nella stessa vostra presunzione (nel senso etimologico del termine): “gli uomini non sanno che noi donne sappiamo. e che sappiamo che loro non sanno".
rischiando che la somma algebrica di ciò che sappiamo e non sappiamo ci riporti entrambi inesorabilmente a zero.
forse dovremmo semplicemente avere il coraggio di ammettere che sulla base delle esperienze passate nostre e altrui, ci sforziamo di tracciare mappe e fare previsioni per ottimizzare il risultato finale e minimizzare le perdite.
ma l’amore non è un’operazione di marketing.
men che meno “l’amore che strappa i capelli”.
quello che ti sorprende all’improvviso e ti mozza il respiro. e poi mette radici nella tua vita, butta foglie e frutti.
è un cigno nero invece.
un evento imprevedibile e non riducibile a nessuno schema conosciuto.
di fronte a cui, sostiene qualcuno che proprio tu ci hai fatto conoscere, l’unica cosa di cui possiamo essere certi è che:
“non sappiamo quello che non sappiamo”.
non si tratta neanche di fare i conti con lo scarto prevedibile tra la mappa e il viaggio, ma di tracciare i percorsi e i confini mentre esploriamo un territorio ancora sconosciuto, l’altro e noi….
a patto che il coraggio e la perseveranza abbiano la meglio sulla prudenza o sul puro spirito di conservazione.
perché se dovessimo arrenderci a questi ultimi non avremmo più alibi, non potremmo più accusare la vita infame o il destino cinico e baro e finiremmo per nutrirci solo di rimpianti…….
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