lunedì, novembre 30, 2009

lo sguardo di un uomo......

che si posa su una donna, la sua donna e che poi la rappresenta, la trasforma, la trasfigura su carta, su tela, sulla lastra di incisione, con la matita, con il pennello, con il bulino...
Edward Hopper ebbe nel corso della sua vita artistica un'unica modella, la moglie Josephine.percorrendo le sale della mostra a lui dedicata a Palazzo Reale impariamo a riconoscerla nelle infinite metamorfosi che l'occhio e la mano del suo uomo le regalano.
sappiamo che è lei, non potrebbe essere altrimenti, ma è anche ogni volta un simbolo, la donna colta nei momenti più raccolti, più intimi, più segreti. nella solitudine, nell'attesa o, come in Evening Wind (qui sopra), nello stupore dell'inaspettato e forse, in segreto, desiderato.
lo sguardo è lucido, penetrante, mai impietoso, lascivo o compiaciuto.con una significativa, celeberrima eccezione.
ma in Girlie Show il corpo femminile è esibito sul palcoscenico, enfatizzato dalla luce dei riflettori, filtrato e reso quasi grottesco dall'occhio lubrico dello spettatore invece che da quello incantato dell'amante.
quasi a sottolineare il sottile, ma percettibile confine tra erotismo e pornografia.
e, come a ribadirlo, lo sguardo si posa poi sulla serie degli schizzi in bianco e nero in cui basterebbe un minimo scarto a passarlo.
ma, a dispetto delle pose infinitamente più intime e potenzialmente oscene rispetto al passo di danza ostentato della spogliarellista del dipinto, questo non avviene.
siamo di nuovo in privato, nella penombra ed è come se, tracciandone i contorni sulla carta, la mano del pittore riaccarezzasse un corpo conosciuto e amato nel senso più profondo del termine e per questo ai nostri occhi squisitamente erotico.

martedì, novembre 24, 2009

tristi a Natale...

lo ammetto, sono un po’ strana.
non so se in fondo sono rimasta una contadina, se subisco ancora il fascino del ricordo del ritorno a scuola dopo le vacanze estive o se sono davvero lunatica e umorale, come sostiene qualcuno, ma per me l’anno nuovo comincia con la luna d’autunno, Rosh Hashanah, il capodanno ebraico.
quindi niente bilanci di vita a Capodanno (che in genere mi annoia a morte).
è vero però che Natale con il suo carico simbolico di speranza, di luce nel cuore dell’inverno, fa inevitabilmente da cartina di tornasole agli stati d’animo, specie di quelli più cupi.
per questo, anche nei tempi più bui, non ho mai rinunciato a festeggiarlo, per quanto potesse essere duro o faticoso e pesanti le circostanze.
perché farlo avrebbe significato rinunciare non al presente, ma al futuro.
fino a due anni fa, quando, in uno stato d’animo non molto diverso da quello icasticamente descritto qui, mi sono arresa.
ho detto basta.
semplicemente se non era Natale dentro era inutile che fingessi lo fosse fuori.
da lì, da quel Natale di cenere, ho ricominciato.
l’anno scorso di questi tempi avevo già fatto un bel po’ di strada dal presunto punto di non ritorno, ma era come se stessi ancora ferma sulla soglia.
incerta se e come compiere il primo passo fuori dall’uscio.
poi, totalmente inaspettato, è arrivato qualcuno che semplicemente mi ha teso la mano.
l’ho afferrata e sono uscita.
da quel momento non mi sono più fermata.
ho archiviato il passato, lasciato dietro di me tutto quello che con immensa fatica continuavo inutilmente a trascinare, per riprendere a camminare leggera e percorrere nuove strade.
l’anno che se ne sta andando ha portato via con sé una persona che mi era troppo cara per catalogarlo come un anno felice, ma certo mi sento serena, forte, persino spensierata, come forse mai prima nella mia vita.
la verità è che i Clarence - gli angeli custodi di II classe - si incontrano non solo nei film di Capra, ma nella vita di tutti i giorni, anche sotto le sembianze più improbabili.
può esserlo ciascuno di noi, persino involontariamente o al di là delle proprie intenzioni.
e se lo siamo stati almeno una volta per qualcuno - sono convinta - prima o poi, quando ne avremo bisogno, la vita ci restituirà il favore…..

domenica, novembre 15, 2009

di capelli femminili e altri demoni...

(........) a domanda risponde:
“confesso Vostro Onore di essere colpevole dei reati ascritti a registro e da lei puntigliosamente elencati e mi appello alla clemenza della Corte.
anche volendo dimenticare gli anni dell’infanzia in cui le responsabilità tricologiche erano condivise con la mia mamma - a cui devo comunque riconoscere di aver sempre detestato, come me, gli orpelli e quindi non avermi imposto nastri, fiocchi e quant’altro – negli anni della giovinezza non mi sono risparmiata nulla di tutto quello che presumibilmente la fa inorridire.
dalla permanente effetto frisè ( o “pecora della Nuova Zelanda” per le lingue biforcute come mio fratello), in tempi in cui la procedura esalava vapori tossici degni del petrolchimico di Marghera, ai colpi di sole, abbandonati quando mi sono resa conto con raccapriccio che stavo diventando una “finta bionda”, alla temporanea resa al mio sogno segreto di essere una rossa irlandese, che ahimè non poteva che fare vistosamente a pugni con il mio incarnato da bruna mediterranea.
ho frequentato parrucchieri di ambo i sessi e di varie inclinazioni sessuali, ma non posso dire che siano i soli colpevoli delle mie vicissitudini in questo campo.
sono certo inclini agli esperimenti, anche arrischiati, specie sul colore, ma nulla che la determinazione della cliente non possa arginare.
e spesso prodighi di ottimi consigli quando si tratta di dissuadere chi si ostina a pretendere tagli che donano solo alle modelle dei book.
ho portato i capelli lunghi ben oltre le spalle per poi tagliarli cortissimi a segnare un passaggio di vita fondamentale.
e spero mi crederà se le assicuro che il mio ultimo pensiero in quei frangenti potesse essere lo sguardo critico di un eventuale corteggiatore.
li ho lasciati crescere liberamente durante un lutto sentimentale per sacrificarli di nuovo a segnare il distacco definitivo.
con il tempo sono riapprodata al mio castano naturale con qualche riflesso che lo è meno e ad una nuova versione del taglio che mi ha sempre donato di più. media lunghezza, scalato, riga a tre quarti.
per capirci quello reso in celebre in”Friends” dalla santa patrona laica di tutte le cornute, Jennifer Aniston.
oggi come oggi neanche se in palio ci fosse un invito a cena con Hugh Laurie mi farei la riga in mezzo o la frangetta.
mi sento anche di distruggere quella che ritengo sia una sua illusione.
non credo che il rapporto viscerale che noi donne coltiviamo i capelli, ma anche più in generale con il nostro aspetto fisico, dipenda esclusivamente dallo sguardo maschile, anzi.
o che gli uomini in generale osservino questo particolare con tanta cura e che da esso dipendano le nostre sorti sentimentali.
è vero, ci amano di più con i capelli lunghi, ma al primo impatto nessun taglio per quanto infelice ha mai compromesso l’effetto panoramico di una quinta naturale o di una vertiginosa minigonna su gambe da gazzella.
le assicuro poi che per quanto amiamo, coccoliamo, maltrattiamo, i nostri capelli, ci sono giorni, o settimane come questa a Milano, in cui il grigiore e l’umidità non deprimono solo l’umore, ma anche il volume delle chiome, in cui ci piacerebbe essere uomini e poter dare mano alla macchinetta per un taglio da marine.

lunedì, ottobre 26, 2009

disteso accanto a me...

....dormi, respirando piano.
e il tuo respiro è quasi un sussurro che accompagna i miei pensieri.
e tieni la mano appoggiata al mio ventre con un gesto che involontariamente rivela quella possessività negata così strenuamente nella vita di ogni giorno.
o forse ti rassicura sentire che sono qui , comunque e sempre, senza condizioni e in ogni momento.
nonostante...
una passione furibonda e una dedizione incondizionata non sono esattamente la prescrizione più sicura per un lieto fine.
ma non passerò questa perla di saggezza, distillata in anni tumultuosi, ai figli cui in definitiva ho rinunciato per non rinunciare a te.
no, non è un rimprovero, né una recriminazione dal sapore di ricatto emotivo. solo una constatazione dal retrogusto amaro.
ho imparato piuttosto presto che ogni scelta ha un prezzo e implica delle perdite, mai indolori.
e so che questa almeno per un po' sarà un rimorso più che un rimpianto.
ma con il passare del tempo ho finito per preferire l'imperfezione del rimorso alla perfezione del rimpianto.
o al rifugio paradossalmente sicuro della perenne incertezza.
proprio il tuo baluardo in anni duri, difficili, a tratti crudeli.
per molto tempo ho pensato che fosse una difesa comprensibile, persino accettabile visto quello che era accaduto.
ora so che, ancor prima di un alibi sempre credibile, era semplicemente la cifra del tuo modo di essere.
in fondo non hai fatto altro che seguire la corrente, lasciato che gli altri, la vita decidessero per te. e quando hai scelto lo hai fatto solo perché messo con le spalle al muro.
non rinunci a questo dubbio privilegio neanche ora.
senza chiederlo lasci a me l'onere della scelta.
anche la presenza dell'altra in fondo è un pretesto.
un modo per scoprire se io sia davvero disposta ad accettare non l'infedeltà, ma l'eterna attesa, la sospensione come condizione di essere di noi, della nostra storia.
non riesco ad immaginare che cosa ti aspetti, che cosa speri davvero.
ma so che quando domani o il giorno dopo ancora reciderò il filo che ci lega, amputando anche una parte di me, seppure soffrirai, sarai comunque sollevato.
ed io so che, pur amandoti ancora, smetterò di volerti bene.....

http://www.youtube.com/watch?v=ay5kvPzvvTc

lunedì, ottobre 12, 2009

mating

non ha un nome la protagonista di “Accoppiamenti” di Norman Rush, giovane antropologa americana, arenata professionalmente e sentimentalmente tra gli espatriati del Botswana, dove si è trasferita per completare la sua tesi di dottorato, fino all’incontro con Nelson Denoon, affascinante guru intellettuale e sperimentatore sul campo di utopie sociali.
Tsau, la città del riscatto delle donne da lui creata, diventa prima la meta di un viaggio attraverso il deserto del Kalahari e il passato e poi il luogo in cui, rivelandosi nei propri ricordi, i due protagonisti vedono messe alla prova e dissolte dall’interno le loro convinzioni più radicate.
è il corto circuito, forse obbligato, di tutte le storie d’amore in cui la tensione di un’irresistibile attrazione fisica si mescola all’incantamento dell’intelligenza e della creatività sul terreno fertile di una condivisa privazione emotiva.
una storia d’amore che non imprevedibilmente finirà per scuotere dalle fondamenta anche l’enclave ideale che l’ha resa possibile.
la maestria dell’autore si rivela - ancor più che nella complessità dei richiami, spesso caustici e profetici, alla politica, all’antropologia, alla filosofia che continuamente si intrecciano alla trama - nell’assoluta naturalezza con cui ci mostra la progressiva rivelazione della sua protagonista a se stessa.
come se la scrittura la precedesse e poi l’accompagnasse passo passo mentre inconsapevolmente richiude la faglia che l’aveva separata dalle proprie radici emotive.
e certo solo il titolo originale “Mating”, con la fluidità della forma verbale – rispetto a quella definita, chiusa del sostantivo italiano “Accoppiamenti” - rende completamente giustizia al ritmo interno e alla complessità di ogni rapporto uomo-donna di cui questa storia d’amore è al tempo stesso un affascinante modello e una celebrazione.

giovedì, settembre 24, 2009

citazioni di settembre

“il numero di donne della mia generazione delle quali a posteriori, si può dire siano state “il grande amore” di qualcuno, in qualsiasi ambito, è davvero minimo…. l’amore è arduo, aspirare a qualcuno è arduo….naturalmente sarebbe più facile giocare dalla parte dei maschi. loro non vanno mai a caccia dell’amore in quanto tale, mai. vanno a caccia di donne….a spingermi era la sensazione di meritare l’amore assoluto di qualcuno, addirittura il grande amore….non so se ottenere amore da un uomo sia una dimostrazione di forza più oggi di quanto non fosse un tempo, ma in realtà lo so: ci vuole più forza oggi. è una sofferenza indicibile….gli uomini sono come oggetti corazzati, imponenti assemblaggi di pelle e corazza, quasi opere murarie, che si dice si possano autodemolire toccando il punto giusto, da cui si riverserà un fiume di attenzioni appassionate. e sappiamo che a volte questo accade a una delle nostre sorelle o è accaduto.”

lunedì, settembre 07, 2009

ricordi di letture estive: Geoff Dyer o l'arte di descrivere

“La cantante levava le mani in aria come se i suoi suoni crescessero lì e, a condizione di raccoglierli all’infinito, senza interruzione, non sarebbero mai venuti a mancare.
I musicologi fanno un gran parlare del tono perfetto, ma a me quella voce faceva pensare a una postura perfetta: i capelli lunghi e dritti come una schiena flessuosa; i piedi scalzi dalle movenze così leggere che quasi non toccavano terra.
La voce era garanzia di assoluta devozione; ma poi la nota si protaeva ancora, andava oltre, e tu ti domandavi cosa avresti dovuto fare per meritarti tanta devozione, tanto amore. Avresti dovuto essere quella nota, non l’oggetto di devozione, bensì il devoto.
La voce scivolava e scendeva in picchiata. Sembrava uno di quei momenti perfetti nella vita, quando la cosa che più ti auguri si realizza e, realizzandosi, si tramuta - si tramuta, nella fattispecie, in suono: quando, in un luogo pubblico, scorgi le persone che più desideri vedere e la cosa non ti sorprende affatto: lo schema nella casualità, quando il caso scivola nel destino.
Una nota si protrasse ai limiti del possibile, e poi un po’ di più: continuò, da qualche parte, molto dopo che fosse capace di farsi udire. E’ ancora lì, anche adesso.”
Geoff Dyer, Amore a Venezia Morte a Varanasi, Einaudi